Pop archivists might be intrigued by this strange parallel between the Beatles and the Stones catalogue—it often seems as if every interesting thing The Rolling Stones ever did was directly preceded by something the Beatles had already accomplished, and it almost feels like the Stones completely stopped evolving once the Beatles broke up in 1970. But this, of course, is simply a coincidence. I mean, what kind of bozo would compare the Beatles to The Rolling Stones?

Un piccolo capolavoro di animazione…

Disponibile dal 09.09.09, data di uscita delle versione rimasterizzate di tutti i dischi dei Beatles.

Date un’occhiata alla bellezza dei Fab Four “virtuali”…

The Beatles Color Cards
Da notare che il vero cognome di Ringo Starr qui risulta come “Sharkey”.
(Immagini dal sito “The Internet Beatles Album”)

The Beatles Color Cards

Da notare che il vero cognome di Ringo Starr qui risulta come “Sharkey”.

(Immagini dal sito “The Internet Beatles Album”)

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Stereorama 2000 Deluxe

Chi ha piuomeno trent’anni come il sottoscritto, tra i suoi piacevoli ricordi d’infanzia conserverà senz’altro quello dello Stereorama 2000 del Reader’s Digest. Negli Stati Uniti tutti avevano una SX-70 in soffitta, in Italia avevamo lo Stereorama che se ne stava in salotto, il più delle volte a prendere polvere e basta, nonostante il suo coperchio di plastica.

Mi piaceva troppo, con quel braccetto che teneva il disco sospeso a mezz’aria per poi lasciarlo cadere, quelle due casse di legno dalla fedeltà acustica a dir poco oscena che io spostavo in continuazione perchè sul libretto delle istruzioni c’era scritto che il suono doveva incrociarsi in quel punto preciso della stanza.

Lo usai fino a oltre i diciotto anni nella mia parentesi festaiola da deejay.

Ci mettevo i dischi di Molella e lo usavo per fare scratch.

Ho i testimoni, è vero.

Avevo poco più di dieci anni ed i dischi che ascoltavo allora erano tre: ”La nueva canción chilena” degli Inti Illimani, quello con “El pueblo unido jamás será vencido”, i testi in quattro lingue e che avevo imparato a memoria, formando così la mia coscienza proletaria già in giovane età; “La voce del padrone” di Franco Battiato che ascoltavo già a sei anni quando uscì e per questo ringrazio mia zia che involontariamente mi introdusse pure ai Dire Straits e, purtroppo, ai Rondò Veneziano (che abbandonai ben presto per il migliore Alberto Camerini); una “Eroica” di Beethoven alla quale mi appassionai dopo aver visto, sempre in tenerissima età ad una Festa de l’Unità, “Arancia meccanica” (senza capirci nulla).

I miei non avevano la nona, mi accontentai della terza.

La mamma decise, senza immaginare minimamente quanto sarebbe stato fondamentale per me, di fare un nuovo acquisto: si trattava di “20 greatest hits” dei Beatles. A vedere la tracklist oggi si direbbe la più ovvia compilation dei Beatles mai messa in vendita.

La maggior parte delle canzoni le conoscevo già ma quello fu il mio vero primo ascolto consapevole dei Fab Four. Talmente consapevole che mi incazzavo non poco quando la puntina saltava sul vinile. Era una cosa inspiegabile, con gli altri dischi non accadeva ma questo dava problemi. All’epoca non ero in grado di distinguere, ora posso dire che fu un chiaro segno.

Il lato B in particolar modo era il mio preferito.

Iniziava con “Paperback writer” e subito dopo c’era “Penny Lane”.

Era qui che la puntina dava il suo peggio eppure fu grazie a questo ascolto a singhiozzo che strinsi inconsapevolmente amicizia con Paul McCartney.

Mi incazzai con mia madre, le dissi di tornare in negozio e farselo cambiare ma la situazione non cambiò granchè. Quella puntina sembrava essersi incaponita a non farmi ascoltare quella canzone.

Mi ingegnai in qualche modo, andai da mio zio (il marito della zia dei Dire Straits) che aveva un impianto più moderno dotato di piastra per cassette e riversai l’intero disco su nastro. E così mi ascoltai il disco per intero, di continuo, insieme alla mia “Penny Lane”.

A pensarci oggi, credo si trattasse del barocco assolo di tromba dopo la campana del pompiere. Dell’inizio, dove McCartney inizia immediatamente a cantare. Del barbiere che mostra le foto di tutti i suoi clienti (ma questo l’ho scoperto poi imparando l’inglese). Dei bambini che prendono in giro l’impiegato di banca.

Per il resto non so cosa fosse.

E’ che i Beatles sono così sintetici, persino atavici.

Sono già in ognuno di noi nel momento in cui nasciamo, almeno di noi che siamo venuti dopo. Iniziamo a cantarli nella nostra testa probabilmente da quando siamo ancora nelle pance delle nostre madri, il pianto che emettiamo appena usciti non è altro che una nostra personale ed incomprensibile versione di “A hard day’s night”, “Yesterday” o di qualsiasi altra loro canzone.

Per questo è maledettamente difficile da spiegare.

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